[ ... ] E noi dovevamo andare a scuola alle ot­to o otto e mezza così, partivamo sempre un'ora prima, poi facevamo delle scivolate, scivolavamo lì per il pendio di Minolou, lì era un accentuato e uniforme pendio e scivola­vamo giù due o tre volte, con gli zoccoli, con gli zoccoli si scivolava bene. Tounin Bë­pin aveva la cartella di legno, s'è seduto sul­la cartella, la cartella si è aperta, vroun ... tut­to giù! i libri, i quaderni, tutto sparpagliato. Poi corrergli dietro, poi in fretta ripartire e an­dare a scuola.

E un'altra volta, prima di ve­nire a casa, quando uscivamo all'una, c'era un bell'albero sopra la scuola, andavamo a gio­care lì. C'era ancora la buonanima di mia nonna e diceva: "Ma quel diavolo lì ... , gli altri da tanto sono arrivati ... " E io .. era tanto bello giocare là a quell'albero. Poi il pa­drone di quel prato là mi ha detto così: "Ah! Ho capito dove vanno i bambini che non van­no a casa: vedessi là il mio prato: è tutto cal­pestato". Lì sotto l'albero c'era proprio una pi­sta, andavamo sempre su e giù, su e giù.

Non eravamo come i bambini di adesso, allora non avevamo altro ... oggi hanno troppe cose. Quando avevo già quindici anni, andavo a scuola di taglio e mi hanno fatto uno scherzo. Era nel pomeriggio, mi hanno fatto un pu­pazzo con la carta e poi me l'hanno messo sul­la schiena e poi mi hanno mandata giù da Mari a comprare qualcosa, d'accordo con la maestra, e io, ingenua, sono andata e loro ri­devano. I

oulondo dë Nét aveva tanto riso: si era tutta fatta la pipì addosso. Mi hanno fat­to girare e io avevo il pupazzo sulla schiena e, ... quando me ne sono accorta mi è spiaciuto tanto! Ci avevano insegnato a fare i modelli anche quelli plissettati e poi adesso non so dove sono andati a finire.