
Un tempo quasi tutte le famiglie di montagna avevano uno o due alveari, non tanto per sostegno all'economia familiare quanto piuttosto per autoconsumo.

L'apicoltura era stanziale, e la smielatura avveniva una sola volta, a fine stagione, con l'ausilio di centrifughe o presse artigianali. Il risultato era un miele composito, con l'impronta del castagno, della melata di bosco, e le sfumature del millefiori di montagna, grazie alla bottinatura in quota delle settimane più calde.
L'utilizzo del poco miele prodotto era riservato a scopi medicali, e al sostegno dell'alimentazione di anziani e bambini. Quando c'era un malato in casa, all'occorrenza, lo si andava a comprare dai vicini, portando con sè un bicchiere da riempire a misura. Oggi l'apicoltura, sopratutto quella biologica, guarda alla montagna come a un'oasi incontaminata, lontana da pesticidi e fertilizzanti.
Le produzioni, tuttavia, rimangono esigue e subordinate alle condizioni meteorologiche delle brevissime estati in quota, esattamente come una volta. L'apicoltura di montagna è per lo più nomade e necessita di mezzi adeguati per raggiungere le postazioni apiario, dove si ricercano la qualità e la purezza dei prodotti attraverso un'accurata separazione delle fioriture.
